Note Critiche

Massimo Pasqualone
  L’impegno dell’artista all’interno della società, il suo essere attento alle curve che la storia prende, la capacità, anche ermeneutica ed al contempo esegetica, di chiarire innanzitutto a se stesso dove il fluire delle azioni umane si dirige, la stessa ambiguità di fondo di questo fluire, che è  e rimane un essere nel mondo e nella vita, portano oggi a considerare una missione la produzione artistica, soprattutto come impegno di denuncia, impegno di avviso, impegno di urlo, quando la stessa società di molte cose non si accorge, di talune si dimentica, di altre esige la rimozione della memoria dalla memoria collettiva.
La professione dell’artista è dunque oggi esigente e Mario Raviele mostra di aderire in toto a questa vocazione, con questa sua capacità di dire in primis l’utopia, visione non solo ideologica forse ma decisamente artistica, forte di una biografia che ha fatto dell’impegno politico ed al contempo artistico una reductio ad unum di mirabile valenza.
Raviele, come artista dell’utopia che si realizza, realizza, e ci si perdoni il mai tanto voluto gioco di parole, attraverso una parte della sua produzione, i luoghi della possibilità, i mondi che alla necessità si contrappongono, presago di quel futuro che, per molto parte della filosofia neomarxista, è sempre un tempo sperativo. Ma per Raviele non vi è utopia senza speranza e non vi è speranza senza etica, come dimostrano le molte opere dedicate alla pace ed alla guerra, al femminicidio, alle tante questioni sociali che l’artista fa sue. […]
(da Massimo Pasqualone, L’utopia si realizza, in Mario Raviele, Geometrie urbane, l’utopia si realizza, Foggia, 2015)


Gloria Fazia
E’ indubbio che l’elemento caratterizzante della pittura di Mario Raviele sia il colore. Steso a velature e a grandi campiture domina le tele, celando e disvelando un mondo di personali sensazioni. In effetti, il passaggio tra astratto e figurativo è in lui lieve e impercettibile e spesso la figura si fa strada tra le sfumature quasi a sfuggire alla prigione della realtà. Figure di uomini e donne sembrano liberarsi e librarsi, volendo in questo affermare una corporeità che si accompagna in molti casi alla denuncia e al messaggio sociale. Ne sono esempi i corpi femminili che reagiscono alla violenza che spesso questi nostri tempi scatenano: e anche allora, sono le nuances di colore che intervengono, le sovrapposizioni di colori che si sfaldano e lasciano intravedere immagini rarefatte.  La realtà dell’ oggi  e le sue contraddizioni entrano con forza nella produzione di  Raviele, a volte con ironia: si pensi al Cavallo di Troika chiaramente riferito ai poteri forti dell’Europa e alla grande metopa con i monumenti italiani raffigurati in una sorta di caotico plastico in cui ben si legge la precarietà della loro tutela e valorizzazione. E fa da contrappunto a questo lavoro un’altra grande metopa con oggetti che sembrano affiorare dal ventre della terra, a simulare uno scavo che è anche recupero di sogni e di illusioni e di destini umani, rappresentati forse dai segni zodiacali che si inseriscono a colmare gli spazi, in una sorta di arcaico horror vacui. Un angolo dei ricordi e della memoria, quindi, rappresentato da una produzione, in questo caso ad altorilievo e a tutto tondo, che richiama l’epos e la storia
 Ma seguiamo ancora il colore, che nelle tele continua a velare e svelare il corpo femminile e i paesaggi. Entriamo nel mondo delle geometrie urbane e del paesaggio, altro importante capitolo dell’attività artistica di Raviele. In composizioni, ora morbide ora nette, di colori, ora acidi ora solari, si intravedono le città, i paesi abbarbicati sulle colline o lungo le coste del Sud in un susseguirsi di tetti, scalinate, ringhiere che, ancora una volta non concedono pienamente la visione della realtà, che viene solo poeticamente evocata.
La realtà, sia nella produzione pittorica che plastica, viene ritagliata, abbozzata, sbozzata, scomposta, quasi a rifuggire una riproduzione pacata e realistica.
È evidentemente una specie di sogno quello che guida la mano dell’artista, che ama solo accennare immagini e messaggi, quasi in un pudore artistico  che, a ben guardare, rimanda all’uomo-Raviele, riservato e silenzioso osservatore della realtà. Vedere e non vedere, dire e non dire, nascondere e mostrare, secondo una scelta che non è certo “ambiguità e doppiezza dell’essere umano”, per citare un suo libro d’arte, ma l’espressione di un’emozione , tutta profonda e privata.
(da Gloria Fazia, Sognando un mondo a colori, in Mario Raviele, Geometrie urbane…op.cit.)

Gaetano Cristino
La figura umana e il suo "spazio di esistenza" costituiscono la costante della pittura di Mario
Raviele fin dai suoi esordi, a metà degli anni Sessanta. La sua sensibilità artistica e il suo impegno
politico-sociale lo portano infatti quasi naturalmente a praticare un'arte che pone al centro del
proprio universo espressivo l'uomo nella sua totalità, nelle sue emozioni più intime e private, nelle
sue relazioni e soprattutto nelle sue esplorazioni nei territori d'utopia, per trasformare in realtà la
possibilità di un mondo nuovo dove regnino giustizia e libertà.[…]È questa umanità sempre in lotta, in difesa contro antiche e nuove violenze e protesa verso un mondo solidale, che ci viene resa da Mario Raviele con forme artistiche dove l'intreccio di segno e colore si fa grido, dolore, speranza.
Nell'arco di mezzo secolo Mario Raviele non ha mai smesso di registrare i termini e i contenuti di
questa lotta, con modulazioni sempre nuove del suo linguaggio, all'interno della strada maestra che
vede coniugare le esigenze dei contenuti con quelle delle innovazioni della forma. E le ultime opere
costituiscono testimonianza esemplare di questo impegno. Esse si muovono su un doppio registro:
quello delle "geometrie urbane", ossia lo spazio d'esistenza dell'uomo, e quello della figura umana
nella dinamica dei suoi rapporti.
Nelle "geometrie urbane", alias "paesaggi urbani", l'uomo è presente solo indirettamente, attraverso
i suoi manufatti. Le facciate dei palazzi, sottolineate da finestre, ringhiere e porte chiuse che
affiorano dalle strutture/campiture rigorosamente geometriche, sono quasi una cortina
impenetrabile. Le immagini, al limite dell'astrazione, sono costruite entro uno spazio
bidimensionale, con quadrati cromatici caldi e vivaci, spesso ottenuti con varie stratificazioni di
colore, che lasciano magicamente filtrare una terza dimensione o, nel caso dell'uso dell'acquarello,
che rendono impalpabile e armoniosa la stessa superficie, quasi fosse stata toccata dalla grazia della
luce e da un ritmo musicale dolce e suadente.
Ma cosa si cela dietro quella cortina? La casa, la città, dovrebbero essere i luoghi della sicurezza,
della solidarietà, dell'armonica convivenza tra le persone, della democrazia, della realizzazione
della felicità di ognuno. E invece la realtà è ben diversa. […]Ecco l'altro registro della pittura di Mario Raviele. In quello spazio d'esistenza che è la casa, la città, e tutti gli altri luoghi in cui uomini e donne si trovano a coesistere, l'umanità è ancora una dimensione da conquistare. La violenza e la sopraffazione nei confronti dei più deboli sono ancora all'ordine del giorno. Una violenza che può essere politica, quando vengono conculcate le libertà individuali e collettive, e anche privata, quando si consuma nei rapporti tra individui. C'è un trittico realizzato recentemente da Mario Raviele che riassume le drammatiche condizioni in cui uomini e donne possono venirsi quotidianamente a trovare. Tre tele di grandi dimensioni che costituiscono una scioccante denuncia: "Potere occulto", "Femminicidio", "Il grido". Le figure, corpi di uomini e di donne, distorte, lacerate, a brandelli, coi volti in ombra o assenti, emergono con crudezza, con una tensione terribile e drammatica, tra campiture di colori accesi, piani frammentati e linee marcate (la gestualità è la rabbia dell'artista), a denunciare/comunicare il negativo che caratterizza ancora la condizione umana.

(da Gaetano Cristino, La figura umana e il suo “spazio d’esistenza” nella pittura di Mario Raviele. in Mario Raviele, Geometrie urbane…op.cit.).


Luigi Paglia
I disegni di Mario Raviele sembrano attivare una dilungata funzione referenziale narrativa che viene smentita, o almeno ridimensionata, dall’esame semiotico che rivela l’espansione della dimensione espressiva: il sotterraneo processo generico, l’affioramento dei fantasmi-figure dell’inconscio.  I testi grafici sono governati ed agitati da un’accesa energia di contraddizione, da una concitata forza dialettica. Il nucleo centrale dei disegni è costituito  dall’aggregazione figurale delle immagini antropomorfe, organizzate in composizioni ellissoidale, ovoidale e a volte piramidale, e sviluppate intorno alla zona di intersezione degli assi cartesiani del reticolo grafico, e, pertanto, rappresentanti il baricentro, la massa dell’organismo segnico. Tale struttura è sottoposta alla tensione dialettica delle diramazioni (per cui le espansioni dei segni invadono i contorni bianchi, si protendono al di là della gabbia compositiva)  e delle aperture (finestre, porte, angoli di cielo, spazi bianchi nella griglia reticolare) che ritagliano lo spazio, interrompono la continuità della raffigurazione, scavano quasi dei buchi nel tessuto, nell’ordito segnico, prospettando cosi un doppio movimento: centrifugo ( di allontanamento dal centro) e centripeto (di scavo, di fuga nella profondità). Un altro elemento drammatico si può cogliere nella dialettica tra la sinuosità, l’ondulazione dei segmenti lineari e la violenza e l’angolosità delle posizioni, dei gesti ( la spigolosità, l’inarcatura degli arti, la tensione dei busti ecc.)  che trova il suo culmine figurativo nell’intreccio, nel groviglio delle mani e dei corpi, in cui si evidenzia il flusso d’energia, la spinta drammatica ( per cui anche l’espressione dei momenti amorosi diventa tesa ed agonistica).  L’ulteriore linea dialettica e drammatica è individuabile nella segmentazione figurale: le immagini antropomorfe sono sottoposte ( oltre che a un processo di occultamento, di cancellazione dei tratti anatomici e fisionomici, che sottolinea, come si è detto, l’ambiguità e l’evanescenza referenziale del  racconto)  a un procedimento di  divisione,  di sezionamento, di frantumazione  dell’unità di raffigurazione ( e sarebbe troppo facile ricavarne il correlativo della scissione dell’unità psichica, della vanificazione o mortificazione delle presenze umane nel mondo contemporaneo).  
(da Luigi Paglia, I disegni di Mario Raviele, in Mario Raviele, Opere 1975 – 2008, Foggia, 2008)

Concetta Fioretti
…Una mostra che permette di ammirare una piccola quantità di tutta la produzione del creativo beneventano di nascita, ma dal 1964, foggiano per residenza e professione. Siano quadri ad olio, acquerelli o disegni, in ogni singolo lavoro, Raviele scompone il colore e il disegno in geometrie, per svelare volti eterei,  forme anatomiche o scene quotidiane, con una tavola imbandita per rappresentare una nostalgica ambientazione interna. Colori cupi o tenui per rappresentare i diversi soggetti. Cosi, se scure sono le tonalità che imprimono sulla tela, con gli oli, forme umane, sono, invece, delicate le scelte cromatiche che tratteggiano i caseggiati dei suoi acquerelli. Ma non solo, nella personale di Palazzo Dogana, trova spazio anche la scultura. In questo caso il soggetto è unico: bambini abbracciati alle mamme, come moderne maternità realizzate con cartone pressato o terracotta. Poi, ancora, un piccolo libro dipinto che rientra in una serie di miniature create per raccontare parole e pensieri di grandi poeti come Ungaretti e Prevèrt, mentre inchiostro e carboncino sono usati da Raviele per interpretare le poesie di Luigi Paglia. Non solo, però, parole altrui ad ispirare la verve dell’artista, in mostra, infatti, c’è anche una sua prova letteraria, con la breve poesia Ambiguità, scomposta e tradotta in una monocromatica acquaforte. Vari, dunque, i soggetti e i messaggi delle opere, diverse  le tecniche utilizzate, ma unico lo stile, capace di trasformare abbozzi di corpi in grovigli di colore e impressioni cromatiche in persone, paesaggi e ambientazioni.
(da Concetta Fioretti, Geometrica passione, in “Viveur” anno XVI/numero 15  11aprile 2008)

Guido Pensato
…E proprio le tele di Mario Raviele confermano di coltivare dubbi e ambiguità: ingredienti fondamentali di quell’universo psicologico e sociale di cui si occupa l’arte. Non rassicuranti risposte (ove mai l’artista abbia pensato di trovarne, sulle orme  della Bauhaus, di Klee, di Bacon…), quindi, ma domande ulteriori. E’ vero, certo, quel che scrive Gaetano Cristino: in Raviele è salda “la consapevolezza che la pittura può costituire un formidabile strumento di conoscenza del nostro presente”. Ma ho la sensazione che le sue tele luoghi di una presa d’atto (espressa  “necessitatamente” e amaramente coerenti)  della esplosione delle forze e delle forme che consentivano di riconoscere /ricostruire la realtà - politica, sociale, culturale, artistica - in base a “coppie antagoniste” certe; e che egli resista alla tentazione (al rischio) di una introiezione-traduzione definitiva di quella esplosione e si fermi un istante prima della completa disintegrazione del linguaggio, della materia, degli oggetti rappresentati. Perché è indispensabile avere un punto di riferimento fermo, almeno approssimativamente riconoscibile, se non certo almeno probabile dal quale ripartire, un punto di applicazione del gramsciano “ottimismo della volontà”. Un “ottimismo”- e delle forme - indefiniti,  ma che restano pervicacemente aggrappate al reale, recando, tuttavia, i segni di lacerazioni insanabili, di una fine sempre incombente; se non di una sconfitta certa, di un permanente interrogarsi, al quale Raviele contrappone un ultima, residuale risposta: l’arte, meglio la pittura e i valori che solo essa sembra in grado di custodire.      
(da Guido Pensato, La realtà e i brandelli, Presentazione in cat. mostra tra vedere e non vedere - Palazzo Celestini Manfredonia, 2009).
         
Salvatore Lovaglio
Raviele media le grandi spinte innovatrici dell’arte con la nostra tradizione realista, approdando ad una sorta di fusione fra astrazione e realismo; proponendo una strana proposta estetica, che comunque trova una sua compiutezza. Il reale viene privato della quotidianità per assurgere ad una melodica idealità, vibrando in spazi fatti di piani in continuo slittamento.    In questi ultimi lavori, sfruttando in pieno la sua ricca tavolozza e la grossa formazione pittorica, è riuscito a trovare le soluzioni formali-coloristiche per conciliare e fondere l’interesse che ha sempre avuto per il realismo e l’astrattismo.  Le immagini si appropriano dello spazio circostante per condizionarlo, ed è questo, un dato peculiare della sua pittura, con il quale si inserisce in maniera polemica e a volte contraddittoria nel dibattito della pittura odierna.   Quindi, nell’opera di Mario Raviele assistiamo ad una realtà condizionatrice e non condizionata, la quale si fonde coi piani adiacenti assurgendo ad una totale coralità tonale, da ascoltare, più che da vedere;  la pittura è meditata, calibrata niente è lasciato all’occasionalità anche se è l’embrione dell’opera.                                                                                                                    
(da Salvatore Lovaglio, in cat. mostra ”Proposte di figurazione1974-1983”,PalazzoDogana,Foggia).

Salvatore Ciccone
E’ questo di Raviele è proprio il caso in cui ambiente e teorie sociali collimano a tal punto da richiamare la notevole fantasia del giovane artista per farne di ogni “pezzo” un apparente groviglio di sensazioni malaggiustate entro la campitura. Il che  non è: ad osservare bene la produzione artistica del Raviele, si viene a capo  d’un mosaico che compendia sì i guasti della“secolarizzazione” in maniera aggrovigliata, al punto da non lasciare una pausa una scansione al cosiddetto fruitore, ma anche di tanti elementi che –una  volta scomposti -  ci conferiscono il segno spaziale della deformazione figurale e la misura d’un tempo che perde  quota al livello del rapporto uomo-ambiente. Secondo me, e voglio dire proprio secondo me, Raviele deve continuare a fare il pittore. Egli ha estro e fantasia. Un giovane vivo. Se poi la mano va al di là dell’ intenzione e le ideologie,  il costume politico conseguente,  la disumanizzazione operata dalle civiltà  industriali,  l’altrettanto fesso    ritorno al ruralismo  eccetera   gli fanno ressa dentro e sollevano ansia ed angoscia    non facilmente  riportabili alle giuste dimensioni entro l’ambito della correlazione organismica, mica niente di male. Vuol dire che il tanto rigoroso fruitore, anche se paga il quadro, deve svestirsi del suo senso definitorio,  da “giudizio di valore” e usare la buona creanza anche nel vedere un “quadro” :  andare  “come dire” alla ricerca del punto buono, artisticamente parlando, e tollerare le pezze d’appoggio che non fanno da sostegno. Nel caso, si possono apprezzare  molte cose: il giovane pittore beneventano conosce e applica le tecniche. Il che non è poco. Non mancano i segni, sia pure accennati, d’un cosiddetto stile diverso dai canoni comunemente accettati. Basti vedere il colore che non preme, l’abbandono che non diviene fatale attraverso i supporti semicircolari che reggono il sottofondo figurale,  la stessa sincerità che invoca il cambiamento.         
(da Salvatore Ciccone, Presentazione in cat. mostra Mario Raviele, proposte di figurazione, ’79 – ’83, Foggia, 1983).

Giuseppe Quenzatti
… nel novero della varia produzione di Raviele, e dico subito tutta di ottimo livello, le opere che maggiormente mi hanno colpito sono quelle laddove la drammaticità del racconto si esalta attraverso un segno più scabro ed essenziale, di una gestualità immediata, ed il colore non indugia in sofismi di carattere più decorativo che utilitaristico, ma si stende sicuro e commisurato alle esigenze della raffigurazione. Qui maggiormente sono evidenti i contenuti e le implicazioni sociali suggerite dalla sua terra, il Sannio, che sa di tante sofferenze, di tanto sacrificio, di tanto amore e di un’ancora inappagata ansia di riscatto. La violenza delle immagini non è pretesto fine a se stesso, ma rispecchia le caratteristiche di una situazione reale ed i simboli di questo dato di fatto trascendono il concetto raffigurato e si fanno emblema di un contesto più ampio, che vuole abbracciare tutti i problemi e le carenze di una terra orgogliosa ma sfortunata. Anche l’impianto scenico, meno elaborato, conferisce maggiore spazialità al soggetto e l’attenzione si accentra opportunamente sui valori concettuali piuttosto che su quelli meramente estetici, che sono comunque affidati a cromie brillanti, contrastate, ma sempre equilibrate.  Dunque l’artista manifesta già una convincente personalità ed è maturo per impegni sempre più probanti, come del resto ha già dimostrato in occasioni più recenti.  
Bisogna riconoscere che la sua pittura si è man mano sfrondata,  sottraendosi alle lusinghe di certi effetti superflui, per dare maggiore risalto ai valori intrinseci del contenuto.  E’ certo che quella di Raviele è stata una scelta coraggiosa ma opportuna, che gli consente di distinguersi in mezzo a tanti artisti che hanno preferito il futile ed il facile piuttosto di correre il rischio d’affrontare temi recepibili solo da parte di un pubblico preparato.    Ovviamente la sua cultura e sensibilità non gli consentivano soluzioni di compromesso   e, pertanto, ha preferito l’alea della pittura impegnata, anziché piegarsi ad un più comodo conformismo di maniera.   Certamente è una strada difficile da percorrere fino in fondo, con tante tentazioni incombenti e di più remunerativo esito immediato, ma l’arte, quella vera è destinata a sopravvivere alle mode, ripaga, col tempo, soltanto coloro che l’hanno onorata con un impegno costante e coerente ed hanno sinceramente ed onestamente operato per portare un contributo reale e duraturo alla cultura, senza perseguire soltanto un successo effimero.                      
( da Giuseppe Quenzatti, Mario Raviele, in Praxis-artistica, gennaio-febbbraio 1982, Pescara)

Licinio Boarini
Graffiare la presenza del reale, scandagliarne l’essenza compositiva,  inquisire al di là delle esteriorità e delle apparenze, spesso subdole e ingannatrici, è una tentazione che assale molti pittori, i quali spingono poi il loro atteggiamento di scavo fino alle latebre più inusitate con risultanze assai brillanti, specie se a sostegno di tale maniera  espressiva c’è quel bagaglio culturale e quella potenza tecnica che sottende qualsivoglia ipotesi operativa. È quanto ampiamente si può sottoscrivere osservando la produzione di Mario Raviele, un immaginifico pittore del  profondo Sud, che, sfidando l’urto dei conformismi e delle mercificazioni strutturali, ha magistralmente impostato una linea figurativa che si allinea elegantemente con quella situazione informale che oggidì trova molti cultori, anche, se poi son pochi coloro che sanno esprimere al meglio le regole del gioco: il Raviele c’è riuscito appieno e, nella scarna essenzialità, nel calibrato equilibrio cromatico, nel dosato rimbalzo descrittivo, nel misurato dosaggio espressivo, coinvolge con rara efficacia l’osservatore e lo conduce senza forzature a quelle conclusioni  comportamentali che sono il fine specifico della sua fosforica tematica.[…] Il suo è un ragionare figurativo colmo di impegno  tecnico e di incessante esplorazione culturale, ancorato ad ampie finalità di robusto impegno strutturale, nella suggestione di scoperte e di ansiose inquisizioni nel mistero che ci attornia e condiziona; preludiare altri passi, altri allori divien quindi consequenziale quando le attuali risultanze sono così valide e convincenti.
(da Licinio Boarini, Mario Raviele, la ricerca del senso profondo della vita, in Praxis-artistica, gennaio-febbraio 1981, Pescara)

Mario Ricci
…una mostra-verifica, pertanto, collegata, naturalmente, a problemi di ricerca, che l’hanno portato ad un’arte-scansione, dominata da una drammaticità inconsueta.  Le composizioni di Mario Raviele, rappresentano un momento plastico, sono un figurativo-non figurativo, perché, in particolare i paesaggi, passano attraverso una sua prismatica visione e la scomposizione che ne risulta è un’armonia di proporzioni ritmica (ricorda sotto certi aspetti Mondrian).   Egli dimostra di essere alla ricerca del senso profondo della vita, secondo sentimenti intuiti, espressi senza alcuna esasperazione, con toni ancora contenuti in un sottofondo figurativo. La sua è pittura moderna, però non improvvisata, concettuale e intellettuale. Questa mostra personale di Mario Raviele, siamo certi, rappresenta un primo traguardo essenziale nella sua carriera artistica.
(da Mario Ricci, Presentazione in cat. mostra Sala Grigia Palazzetto dell’arte, Foggia, 1978).

Dal quotidiano l’Unità
Il tratto distintivo di questo giovane artista è individuabile nella drammaticità che caratterizza tutti i soggetti espressi sulla tela con dinamismo e decisione. Il filo narrativo predominante è l’uomo visto nel dinamico fluire del suo essere. La tecnica è in piena armonia con l’espressione delle figure, accompagnate da piani che si intersecano simultaneamente. Il valore dell’immagine pertanto trova riscontro in quelle figure “drammatiche” che forse non appagano la bellezza visiva, ma esprimono tutta la forza d’animo di quanti non intendono essere degli oggetti di cui la società può disporre a suo piacimento, bensì “l’insieme”, cioè l’uomo con tutti i suoi affanni e le sue idee non espresse. I paesaggi, inoltre, riflettono le situazioni in cui l’uomo è costretto a lottare per l’affermazione della propria identità. Essi fanno intravedere la robustezza pittorica che non ammette indugi e perplessità nelle tematiche narrative, ma testimoniano il travaglio delle popolazioni meridionali da cui l’artista trae vigore e forza espressiva per continuare a lottare.
26 agosto 1979 - (Una brevissima riflessione di Mario De Micheli che, dopo aver inaugurato la mostra di Gino Covili al museo civico di Foggia, invitato visitò il mio laboratorio “ARTSTUDIO” in vico Giordano n.1)                                                                                   
Mario De Micheli

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