Mario Raviele, l’utopia si realizza

L’impegno dell’artista all’interno della società, il suo essere attento alle curve che la storia prende, la capacità, anche ermeneutica ed al contempo esegetica, di chiarire innanzitutto a se stesso dove il fluire delle azioni umane si dirige, la stessa ambiguità di fondo di questo fluire, che è  e rimane un essere nel mondo e nella vita, portano oggi a considerare una missione la produzione artistica, soprattutto come impegno di denuncia, impegno di avviso, impegno di urlo, quando la stessa società di molte cose non si accorge, di talune si dimentica, di altre esige la rimozione della memoria dalla memoria collettiva.
La professione dell’artista è dunque oggi esigente e Mario Raviele mostra di aderire in toto a questa vocazione, con questa sua capacità di dire in primis l’utopia, visione non solo ideologica forse ma decisamente artistica, forte di una biografia che ha fatto dell’impegno politico ed al contempo artistico una reductio ad unum di mirabile valenza.
Raviele, come artista dell’utopia che si realizza, realizza, e ci si perdoni il mai tanto voluto gioco di parole, attraverso una parte della sua produzione i luoghi della possibilità, i mondi che alla necessità di contrappongono, presago di quel futuro che, per molto parte della filosofia neomarxista, è sempre un tempo sperativo. Ma per Raviele non vi è utopia senza speranza e non vi è speranza senza etica, come dimostrano le molte opere dedicate alla pace ed alla guerra, al femminicidio, alle tante questioni sociali che l’artista fa sue. Certo: come può oggi l’artista dire tutto ciò? Com’è per lui possibile pensare oggi l’Etica? Oggi ci si trova davanti a problemi sempre più complessi a cui non si riesce a dare risposte e che Raviele così schematizza nel suo percorso artistico: Nichilismo. L’uomo è immerso in un rapporto con il nulla, al massimo del potere si contrappone il massimo del vuoto etico; Morte delle ideologie. Atteggiamento di disillusione su ogni progetto globale che riguarda la società (fase del «post-moderno» come fine delle «grandi narrazioni»); Nascita dell’individualismo. Come affermazione dell’ambito del privato a scapito del «senso» comunitario; Le nuove tecnologie. Esse hanno aumentato in modo smisurato il potere dell’uomo ed hanno avviato il «vuoto ontologico», la sostituzione dell’essere con la tecnologia.
Questa situazione porta al rifiuto delle «differenze» e all’apoteosi della soggettività. Si tratta di ripartire da questo punto per formulare nuove considerazioni sul rapporto tra «uomo-uomo» e «uomo-natura» e recuperare una coscienza più aperta e comprensiva della natura come «progetto»  e dell’uomo in essa inserito. Raviele ha la consapevolezza che i problemi della modernità necessitano, come affermano alcuni pensatori, di una proposta di revisione delle nuove etiche:
L’etica materialistica o della vita buona, che tende ad individuare i contenuti e le mete della vita buona.
L’etica decisionista o convenzionale, che considera la sfera ultima nella decisione personale del singolo.
L’etica che tende alla conservazione dell’esistente e l’etica della responsabilità, che si basano sulle finalità iniziali ma anche sulle conseguenze che queste azioni possono causare.
L’etica della comunicazione, proposta da Apel, che presenta aspetti cognitivisti, procedurali, post-convenzionali e post-kantiani e il cui fondamento ultimo rappresenta l’a-priori della Comunità della comunicazione.
Questi tentativi manifestano tutta la limitatezza del pensiero moderno nel voler dare risposta ad un problema che presenta aspetti planetari e che non può, certo, essere ridotto solo al «pensiero» occidentale. Queste proposte etiche non hanno risolto il problema della «solitudine dell’occidente» intesa come  «lontananza» dalla solidarietà e dalla globalità.
Ed è qui che l’artista propone le sue geometrie urbane, la città come luogo di incontro e di solitudine, non sempre di solidarietà di tutti con tutti perché la vita possa continuare.
A livello umano la solidarietà si esprime con la «cura» affinché tutti possano continuare ad esistere e non vengano emarginati dagli interessi di pochi.
Una seconda forma di solidarietà può essere quella che ha categorie politiche. Questo perché la solidarietà ontica può essere assunta consapevolmente come «centro» di un progetto politico e porsi a base di relazioni sociali.
Nessuno può dar vita a se stesso ma la «riceve» dalla solidarietà degli altri. Senza questa solidarietà non vi sarebbe società neppure tra gli animali.
La solidarietà politica deve diventare il centro attorno alla quale si potrà articolare la società mondiale, se questo non avverrà non ci sarà alcun futuro per nessuno in questo mondo. Da questa solidarietà dipende, infatti, la conservazione del patrimonio spirituale, energetico, biologico dell’umanità  senza il quale la vita non potrà più esistere.
Raviele su questi temi riflette da molti decenni, congiuntamente alla necessità della salvaguardia del patrimonio artistico, con un attenzione alla possibilità che questo diventi da un lato un motore per l’economia soprattutto del Sud, dall’altro diventi forza morale ed ideale per un rinnovato impegno sociale.

Massimo Pasqualone

Seguendo un sogno a colori…

E’ indubbio che l’elemento caratterizzante della pittura di Mario Raviele sia il colore. Steso a velature e a grandi campiture domina le tele, celando e disvelando un mondo di personali sensazioni. In effetti, il passaggio tra astratto e figurativo è in lui lieve e impercettibile e spesso la figura si fa strada tra le sfumature quasi a sfuggire alla prigione della realtà. Figure di uomini e donne sembrano liberarsi e librarsi, volendo in questo affermare una corporeità che si accompagna in molti casi alla denuncia e al messaggio sociale. Ne sono esempi i corpi femminili che reagiscono alla violenza che spesso questi nostri tempi scatenano: e anche allora, sono le nuances di colore che intervengono, le sovrapposizioni di colori che si sfaldano e lasciano intravedere immagini rarefatte.  La realtà dell’ oggi  e le sue contraddizioni entrano con forza nella produzione di  Raviele, a volte con ironia : si pensi al Cavallo di Troika chiaramente riferito ai poteri forti dell’Europa e alla grande metopa con i monumenti italiani raffigurati in una sorta di caotico plastico in cui ben si legge la precarietà della loro tutela e valorizzazione. E fa da contrappunto a questo lavoro un’altra grande metopa con oggetti che sembrano affiorare dal ventre della terra, a simulare uno scavo che è anche recupero di sogni e di illusioni e di destini umani, rappresentati forse dai segni zodiacali che si inseriscono a colmare gli spazi, in una sorta di arcaico horror vacui. Un angolo dei ricordi e della memoria, quindi, rappresentato da una produzione, in questo caso ad altorilievo e a tutto tondo, che richiama l’epos e la storia
 Ma seguiamo ancora il colore, che nelle tele continua a velare e svelare il corpo femminile e i paesaggi. Entriamo nel mondo delle geometrie urbane e del paesaggio, altro importante capitolo dell’attività artistica di Raviele. In composizioni, ora morbide ora nette, di colori, ora acidi ora solari, si intravedono le città, i paesi abbarbicati sulle colline o lungo le coste del Sud in un susseguirsi di tetti, scalinate , ringhiere che, ancora una volta non concedono pienamente la visione della realtà, che viene solo poeticamente evocata.
La realtà, sia nella produzione pittorica che plastica, viene ritagliata, abbozzata, sbozzata, scomposta , quasi a rifuggire una riproduzione pacata e realistica.
E’ evidentemente una specie di sogno quello che guida la mano dell’artista,  che ama solo accennare immagini e messaggi, quasi in un pudore artistico  che, a ben guardare, rimanda all’uomo-Raviele, riservato e silenzioso osservatore della realtà. Vedere e non vedere, dire e non dire, nascondere e mostrare, secondo una scelta che non è certo “ambiguità e doppiezza dell’essere umano”, per citare un suo libro d’arte, ma l’espressione di un’emozione , tutta profonda e privata.

Gloria Fazia
Direttrice del Museo Civico di Foggia

La figura umana e il suo "spazio d'esistenza" nella pittura di Mario Raviele

La figura umana e il suo "spazio di esistenza" costituiscono la costante della pittura di Mario
Raviele fin dai suoi esordi, a metà degli anni Sessanta. La sua sensibilità artistica e il suo impegno
politico-sociale lo portano infatti quasi naturalmente a praticare un'arte che pone al centro del
proprio universo espressivo l'uomo nella sua totalità, nelle sue emozioni più intime e private, nelle
sue relazioni e soprattutto nelle sue esplorazioni nei territori d'utopia, per trasformare in realtà la
possibilità di un mondo nuovo dove regnino giustizia e libertà.
Raviele si trova ad iniziare la sua attività espositiva proprio in un momento cruciale per la
figurazione. Le più significative ricerche artistiche del dopoguerra, dall'espressionismo astratto
all'informale, escludevano infatti dal proprio ambito la figura umana, conservata invece quasi
esclusivamente in quelle correnti di realismo sociale, particolarmente in Italia, fortemente ancorate
alla lotta politica. Quale figura umana poteva sortire dalle lacerazioni della guerra, se non lo
specchio di una umanità annichilita, perduta, disperata e dunque anche incapace di frenare i suoi
istinti peggiori? Meglio allora azzerarne il ricordo.
"Ogni periodo - ha scritto il teologo e filosofo Paul Tillich nella prefazione al catalogo della mostra
New Images of Man, curata da Peter Selz per il Moma di New York nel 1959, che è alla base del
movimento della Nuova Figurazione - ha una immagine peculiare dell'uomo", che si ritrova nei testi
letterari, nella pittura, nella scultura. Ma quando, come nel nostro tempo, dice ancora Tillich, "nella
pittura e scultura astratta o non-oggettiva, la figura scompare completamente, si è tentati di chiedere
che cosa sia successo all'uomo...cosa è accaduto alla realtà delle nostre vite". È un problema nostro
insomma, non solo degli artisti, nelle cui opere si specchia la realtà. Il fatto è che "l'umanità non è
qualcosa che l'uomo semplicemente possiede. Ogni generazione deve di nuovo lottare per essa e
può perdere la sua battaglia". Ecco il senso della Nuova Figurazione, riconquistare all'arte
l'immagine dell'uomo, rappresentare la condizione umana, la lotta per una migliore condizione
umana, senza tornare a forme classiche o naturalistiche, specchio di altri tempi.
È questa umanità sempre in lotta, in difesa contro antiche e nuove violenze e protesa verso un
mondo solidale, che ci viene resa da Mario Raviele con forme artistiche dove l'intreccio di segno e
colore si fa grido, dolore, speranza.
Nell'arco di mezzo secolo Mario Raviele non ha mai smesso di registrare i termini e i contenuti di
questa lotta, con modulazioni sempre nuove del suo linguaggio, all'interno della strada maestra che
vede coniugare le esigenze dei contenuti con quelle delle innovazioni della forma. E le ultime opere
costituiscono testimonianza esemplare di questo impegno. Esse si muovono su un doppio registro:
quello delle "geometrie urbane", ossia lo spazio d'esistenza dell'uomo, e quello della figura umana
nella dinamica dei suoi rapporti.
Nelle "geometrie urbane", alias "paesaggi urbani", l'uomo è presente solo indirettamente, attraverso
i suoi manufatti. Le facciate dei palazzi, sottolineate da finestre, ringhiere e porte chiuse che
affiorano dalle strutture/campiture rigorosamente geometriche, sono quasi una cortina
impenetrabile. Le immagini, al limite dell'astrazione, sono costruite entro uno spazio
bidimensionale, con quadrati cromatici caldi e vivaci, spesso ottenuti con varie stratificazioni di
colore, che lasciano magicamente filtrare una terza dimensione o, nel caso dell'uso dell'acquarello,
che rendono impalpabile e armoniosa la stessa superficie, quasi fosse stata toccata dalla grazia della
luce e da un ritmo musicale dolce e suadente.
Ma cosa si cela dietro quella cortina? La casa, la città, dovrebbero essere i luoghi della sicurezza,
della solidarietà, dell'armonica convivenza tra le persone, della democrazia, della realizzazione
della felicità di ognuno. E invece la realtà è ben diversa. Torna la domanda di Tillich: "cosa è
accaduto alla realtà delle nostre vite?". Anzi, cosa accade ancora alla realtà delle nostre vite?.
Ecco l'altro registro della pittura di Mario Raviele. In quello spazio d'esistenza che è la casa, la città,
e tutti gli altri luoghi in cui uomini e donne si trovano a coesistere, l'umanità è ancora una
dimensione da conquistare. La violenza e la sopraffazione nei confronti dei più deboli sono ancora
all'ordine del giorno. Una violenza che può essere politica, quando vengono conculcate le libertà
individuali e collettive, e anche privata, quando si consuma nei rapporti tra individui.
C'è un trittico realizzato recentemente da Mario Raviele che riassume le drammatiche condizioni in
cui uomini e donne possono venirsi quotidianamente a trovare. Tre tele di grandi dimensioni che
costituiscono una scioccante denuncia: "Potere occulto", "Femminicidio", "Il grido". Le figure,
corpi di uomini e di donne, distorte, lacerate, a brandelli, coi volti in ombra o assenti, emergono con
crudezza, con una tensione terribile e drammatica, tra campiture di colori accesi, piani frammentati
e linee marcate (la gestualità è la rabbia dell'artista), a denunciare/comunicare il negativo che
caratterizza ancora la condizione umana.
"C'è nell'aria/ un'energia che non si sblocca/ come se fosse un grido/ in cerca di una bocca...",
cantava Giorgio Gaber. Ebbene Mario Raviele è uno di quegli artisti che hanno sempre cercato di
sbloccare quell'energia positiva nella convinzione che l'arte debba essere veicolo di verità, per
ridare dignità all'immagine dell'uomo.

di Gaetano Cristino

LA DEFIGURAZIONE CRITICA DI MARIO RAVIELE

La pittura di Mario Raviele affonda le sue radici nella crisi e nelle esigenze di rinnovamento della cultura e della società italiana maturate alla fine degli esaltanti anni sessanta, che ebbero  poi esiti imprevisti e devastanti per tutto il decennio successivo. L’arte italiana degli anni Sessanta è stata sicuramente esplosiva  e critica nei confronti dell’esistente, del potere, ma essa, in modo particolare la pittura, viveva ancora per larga parte il problema di riuscire a conciliare le antiche istanze del realismo con quelle dei linguaggi più moderni, informali, istanze che furono poi radicalmente  travolte negli anni successivi, con l’irrompere dei linguaggi completamente alternativi. Lo sforzo di rinnovamento senza perdere il contatto con la realtà non è stato tuttavia solo una peculiarità di alcuni artisti italiani. Il rilancio della pittura figurativa  è stata un’esigenza internazionale, e la Nouvelle Figuration, o figurazione critica che dir si voglia, è stata anche la risposta  europea  alla poetica Pop attraverso cui è stato possibile dare concretezza all’impegno civile, sociale e politico dell’artista. La pratica pittorica della nuova figurazione poteva cosi rendere possibile la coniugazione di molteplici esigenze, quelle della riflessione sul mondo contemporaneo, sia sul versante sociale che su quello più intimo ed esistenziale, e quella delle problematiche legate agli aspetti formali dell’opera. Per uno come Mario Raviele, approdato ragazzo a Foggia dal Sannio nel 1964, che qui, insieme a pochi altri allievi, segue alcuni docenti-artisti come Lino Farnesi, Enzo Ruggiero, Ugo Milo, Biagio Tamalio e pochi altri, nell’avventura di dar vita a Foggia all’Istituto statale d’arte, prima costituito in forma privata, poi legalmente riconosciuto e infine nella pienezza del suo titolo; per uno che frequenta poi  il corso di scenografia ( di cui conserva ancora alcune proposte di scenografia per l’isola di Arturo di Elsa Morante) presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli nel pieno della contestazione studentesca, dal 1967 al 1971, che, come è noto investi anche le Accademie, il cui ordinamento era fermo al 1923, e partecipa a lotte, cortei, occupazioni, manifestazioni, la concretizzazione della propria arte  in una figurazione che tiene conto di tutte le tensioni,  sia quelle sociale che esistenziali che estetiche, appare come l’esito più naturale e coerente con la propria personalità. Una strada che perseguirà con tenacia dagli anni dell’Accademia, di cui ricordo un bel quadro “Repressione”, del 1968, pieno di pathos ma non ancora pienamente svincolato dalla identificazione del soggetto, a quelli del ritorno a Foggia, dove inizia a dipingere opere, come ricorda egli stesso, “ con contenuti drammatici, forme spezzate e forti contrasti”, fino alle opere di questi giorni, dopo un lungo intervallo durato oltre dieci anni durante i quali si è dedicato soprattutto all’insegnamento e all’impegno sociale e politico, realizzate con la consapevolezza che la pittura può ancora costituire un formidabile strumento di conoscenza del nostro presente.  E il presente, se vogliamo, non è molto diverso dal passato, di quando Mario Raviele partecipava a rassegne per ogni dove con Enzo Ruggiero, Gianlorenzo Scillitani e Mimmo Norcia, o di quando   teneva un sodalizio, condividendone lo studio, con immancabile torchio per incisioni, con altri due artisti geniali, oggi purtroppo scomparsi, parlo di Michele Saggese e Lorenzo Scarpiello. Il presente non è molto diverso dal passato se l’artista continua ad esprimere sulla tela quella stessa “indignazione civile”  di cui parlava Salvatore Ciccone in uno dei primi testi critici dedicati a Raviele,  e se continua a registrare le stesse difficoltà e gli stessi disagi dell’esistere, le stesse ambiguità, gli stessi dolorosi calvari.  E se, ancora, continua ad attualizzare  anche la soluzione del nodo  del rapporto tra contenuto e forma,  tra figurazione e astrazione.  Forse è stato proprio Francis Bacon, se non ricordo male, a sottolineare che non ci può essere tensione in un quadro se non c’è lotta con l’oggetto. E nelle opere di Mario Raviele questa lotta è sempre pienamente leggibile, anche se i valori cromatici degli ultimi quadri risultano più addolciti e chiari che non in quelli meno recenti, e sono più affini agli splendidi  acquarelli, specie i paesaggi, dove il colore è più poetico e delicato, la costruzione dell’oggetto subisce meno effetti distorsivi e l’artista sembra essere più debitore alla lezione dei “quadrati magici” e dei ritmi armonici di Paul Klee che a quella di Bacon o di Vespignani.  La lotta con l’oggetto è la sua “defigurazione”.  Che in Raviele avviene in diversi modi. Nelle prime opere avviene attraverso la torsione delle figure, la loro deformazione anatomica e la spinta dinamica e drammatica dei corpi nello spazio della tela, con colori spesso freddi e grigi stesi con pennellate larghe e corpose, mentre in un secondo momento è l’organizzazione dello spazio compositivo, diviso in fasce verticali e orizzontali che si intersecano e creano piani e ritmi cromatici più caldi, che realizza la tensione e la deformazione dell’oggetto, quasi in un gioco degli specchi che seziona, rifrange, alterna la luminosità delle masse cromatiche, distorce, riassembla,  crea illusioni spaziali, trasparenze, spezzettamenti delle figure e delle vedute paesistiche ai modi della scomposizione cubista. Figure e agglomerati di case che poi ritrovano un loro “ubi consistam”, una loro piena consistenza evocativa e conoscitiva. La realtà frammentata di Mario Raviele è fatta di nudi, di gruppi di figure, di case. E’ il rapporto interno/esterno e la sostanziale ambiguità dell’esistenza umana. Il suo sdoppiarsi tra il bene e il male, nonostante l’apparenza delle  belle forme. “amore giustizia uguaglianza dignità/lavoro, diritti negati e violati, in nome dell’immagine doppia e ambigua”,  sono per l’appunto alcuni dei versi di una poesia di Raviele, pubblicata per i tipi de il ragazzo innocuo di Milano, che è corredata da un’acquaforte che disegna un nudo di donna che si sdoppia.  Un motivo ricorrente, questo, nella produzione grafica di Raviele,  che ha tuttavia anche una produzione grafica più legata all’attualità sociale e politica come i manifesti, dove comunque associa sempre la dimensione poetica (v. VS valore scuola) alla coerenza formale.  Più di recente ha realizzato anche  alcune sculture sul tema dell’infanzia, un girotondo di bambini che si interrompe e una donna, la mamma? La maestra?, che ne solleva uno in alto, in un gesto antico d’amore e d’affetto. Una scultura figurativa, classica, ben ritmata e distribuita nello spazio cui fa da contrappunto  un’altra scultura, la stessa di prima realizzata però in chiave moderna, con sagome sottili, come i legni di Ceroli, che si intersecano e si realizzano effetti  volumetrici in dimensione dinamica. Il mondo salvato dai ragazzini e dalle donne?  Non manca l’utopia nell’immaginario di Mario Raviele.  Ed è quella che fa lottare nella speranza di poter modificare l’esistente.   E forse,  a questo punto, non è il caso il “ritorno” di Mario Raviele, se più in generale si registra, come ha scritto Stefano Chiodi su  “La Stampa”  di Torino a commento della mostra milanese  “annisettanta. Il decennio lungo del secolo breve”, che molti artisti,  “per incrinare la pelle liscia dell’immaginario mediatico”  rimettono in circolo l’eredità degli Anni70.

Gaetano Cristino

I DISEGNI di Mario Raviele sembrano attivare una dilungata funzione referenziale narrativa...

... che viene smentita, o almeno ridimensionata, dall’esame semiotico che rivela l’espansione della dimensione espressiva: il sotterraneo processo generico,  l’affioramento dei fantasmi-figure dell’inconscio.  I testi grafici sono governati ed agitati da un’accesa energia di contraddizione, da una concitata forza dialettica. Il nucleo centrale dei disegni è costituito  dall’aggregazione figurale delle immagini antropomorfe,  organizzate in composizioni ellissoidale, ovoidale e a volte piramidale,  e sviluppate intorno alla zona di intersezione degli assi cartesiani del reticolo grafico, e, pertanto, rappresentanti il baricentro, la massa dell’organismo segnico.  Tale struttura è sottoposta alla tensione dialettica delle diramazioni (per cui le espansioni dei segni invadono i contorni bianchi, si protendono al di là della gabbia compositiva)  e delle aperture (finestre, porte, angoli di cielo, spazi bianchi nella griglia reticolare) che ritagliano lo spazio, interrompono la continuità della raffigurazione, scavano quasi dei buchi nel tessuto, nell’ordito segnico, prospettando cosi un doppio movimento: centrifugo ( di allontanamento dal centro) e centripeto (di scavo, di fuga nella profondità). Un altro elemento drammatico si può cogliere nella dialettica tra la sinuosità, l’ondulazione  dei segmenti lineari e la violenza e l’angolosità delle posizioni, dei gesti ( la spigolosità, l’inarcatura degli arti, la tensione dei busti ecc.)   che trova il suo culmine figurativo nell’intreccio, nel groviglio delle mani e dei corpi, in cui si evidenzia il flusso d’energia, la spinta drammatica ( per cui anche l’espressione dei momenti amorosi diventa tesa ed agonistica).  L’ulteriore linea dialettica e drammatica è individuabile nella segmentazione figurale: le immagini antropomorfe sono sottoposte ( oltre che a un processo di occultamento, di cancellazione dei tratti anatomici e fisionomici, che sottolinea, come si è detto, l’ambiguità e l’evanescenza referenziale del  racconto)  a un procedimento di  divisione,  di sezionamento, di frantumazione  dell’unità di raffigurazione ( e sarebbe troppo facile ricavarne il correlativo della scissione dell’unità psichica, della vanificazione o mortificazione delle presenze umane nel mondo contemporaneo).  Pertanto, il riquadro grafico viene attraversato da una serie di tagli lineari ( una sorta di scansioni in assi ortogonali plurimi, spesso orientati in direzione leggermente obliqua, e  portatori di un ulteriore movimento eccentrico) che non rappresentano solo la tramatura funzionale, lo scheletro compositivo, ma che, in un processo di raddoppiamento strutturale, marcano e connotano la segmentazione figurale, oltre che la scansione spaziale. A questo proposito è da sottolineare  l’importanza del tratteggio – nelle sue diverse e spesso antitetiche modulazioni  - sia sul piano del trattamento della superficie di sfondo, sia sul piano strutturale di ripartizione dello spazio compositivo, sia su quello della tessitura e della segmentazione figurale.                                         

Luigi Paglia

 

GEOMETRICA PASSIONE

……la giusta sintesi cromatica per ridurre il colore in forme geometriche. Riquadri e rettangoli  capaci di svelare, in trasparenza, volumi forme e pensieri. Un’arte interpretata in tutte le sue espressioni: con disegni, acquerelli, sculture, acqueforti e con grandi quadri a olio…..Una mostra che permette di ammirare una piccola quantità di tutta la produzione del creativo beneventano di nascita, ma dal 1964, foggiano per residenza e professione. Siano quadri ad olio, acquerelli o disegni, in ogni singolo lavoro, Raviele scompone il colore e il disegno in geometrie, per svelare volti eterei,  forme anatomiche o scene quotidiane, con una tavola imbandita per rappresentare una nostalgica ambientazione interna. Colori cupi o tenui per rappresentare i diversi soggetti. Cosi, se scure sono le tonalità che imprimono sulla tela, con gli oli, forme umane, sono, invece, delicate le scelte cromatiche che tratteggiano i caseggiati dei suoi acquerelli. Ma non solo, nella personale di Palazzo Dogana, trova spazio anche la scultura. In questo caso il soggetto è unico: bambini abbracciati alle mamme, come moderne maternità realizzate con cartone pressato o terracotta. Poi, ancora, un piccolo libro dipinto che rientra in una serie di miniature create per raccontare parole e pensieri di grandi poeti come Ungaretti e Prevèrt, mentre inchiostro e carboncino sono usati da Raviele per interpretare le poesie di Luigi Paglia. Non solo, però, parole altrui ad ispirare la verve dell’artista, in mostra, infatti, c’è anche una sua prova letteraria, con la breve poesia Ambiguità, scomposta e tradotta in una monocromatica acquaforte. Vari, dunque, i soggetti e i messaggi delle opere, diverse  le tecniche utilizzate, ma unico lo stile, capace di trasformare abbozzi di corpi in grovigli di colore e impressioni cromatiche in persone, paesaggi e ambientazioni.

Concetta Fioretti
“Viveur” anno XVI/numero 15  11aprile 2008

 

REALTA’ E BRANDELLI

(presentazione catalogo mostra “tra vedere e non vedere” - Palazzo Celestini Manfredonia  agosto 2009)

La presenza di Mario Raviele nel panorama artistico è sempre stata all’insegna di connotati precisi, riconoscibili, sul piano etico-civile e su quello artistico. Il mio rapporto con lui, lungo ma a lungo “a distanza”, è segnato da una differenza, appunto, per quel che riguarda le predilezioni in campo artistico: di là la coerente riproposizione degli stilemi figurativi, di qua l’insofferenza per il “tutto chiaro, tutto visibile, tutto riconoscibile”; una differenza che si ripropone in campo politico ideale, in termini di “fedeltà” da quella parte e amaro disincanto da questa. Insomma, lui è il ragazzo di cui   Evgenij  Evtusenko  dice:   “Sarà onesto, ma di una feroce rettitudine, /se occorrerà lottare per la verità e il bene./E là dove io ho gettato la penna,/fra me dicendo: “Non ne vale la pena…..”/”Certo che vale!  ”dirà  lui,/ e in mano riprenderà la penna.

 

L’universo artistico foggiano è sempre stato caratterizzato da ricorrenti spinte all’aggregazione, concretizzatesi negli anni cinquanta, in gruppi parasindacali, ai quali seguirono quelli costituiti intorno a una  galleria o a uno studio artistico. Mario Raviele si è sempre ritagliato uno spazio dal quale interveniva con il proprio impegno artistico, costruito sulla base di precise predilezioni e scelte.  Dai primi anni settanta,  anni nei quali anche Foggia, nel suo insieme,  sembrava nutrire in un profondo cambiamento, prende deciso le mosse “l’attivismo” di Mario: dagli spazi di  Viale Michelangelo, di Via Delli Carri  (l’ex sezione del Pci  dedicata a Ho Chi Min), di Vico Teatro. A distanza di più di trent’anni nel 2007, nell’aprile 2007, Raviele pubblica presso Ragozzino di Milano un libro d’artista  dal titolo inequivocabile – “Ambiguità” – attraverso il quale batte in resta contro le doppiezze e i tradimenti di una scena politica , nei confronti della quale continua a reclamare  “amore giustizia uguaglianza dignità lavoro, diritti negati e violati, in nome dell’immagine doppia e ambigua”; senza dimenticare quelli che, a suo dire, si verificano in campo artistico, dominato da scelte che – dichiara, deciso ma dolente- “io non farei mai”.  Eppure, paladino di una tradizione artistica e figurativa, che, alla fin fine, vede confermata dal ritorno alla tela, al disegno e alla pittura compiuto dalla Transavanguardia (e non solo), in un rapido scambio di battute sul punto, si è spinto ad ammettere la legittimità di scelte e percorsi diversi. Ma veniamo alla questione forse nodale: compito dell’arte è comunicare, rappresentare, raccontare, sublimare, metaforizzare, esorcizzare……l’avventura-miracolo- paradosso-dramma dell’esistenza, del mondo?  e, insieme, “metterlo in bella”, renderlo “bello”, interessante, accattivante, suggestivo, addirittura catartico?  Se così è almeno approssimativamente,  e se è proprio indispensabile stabilirlo, chi lo fa meglio: chi prova a mettere insieme  “in pittura” e “sulla tela” i brandelli riconoscibili (come brandelli e in quanto brandelli, comunque, di immagini e di figure)  del presente del mondo? o che quei brandelli mette insieme, assembla, raccogliendoli – come segnali, materiali, oggetti, immagini, suoni e in quanto tali – lungo le strade, negli anfratti, nella memoria, negli archivi,  negli spazi di vita, nella storia e nelle storie, nella quotidianità degli uomini e delle città, degli ambienti naturali?  E cosa appare o è “bello”, “più bello” rispetto a quel compito e al di là di esso? E chi lo stabilisce? E infine: migliaia di artisti, di riviste, di riviste, di gallerie, di musei;  milioni di visitatori gremiscono rassegne e mostre dedicate alla ricerca artistica più avanzata, alla sperimentazione, ai linguaggi,  alle forme, alle opere  “statutariamente” appartenenti alla storia dell’arte, nonostante appaiono a molti “astruse,” “incomprensibili”, “irragionevoli imbrogli”: tutti pazzi per la moda dello sperimentale, dell’astruso, dell’incomprensibile, dell’ingannevole imbroglio?  Si replica, di solito, che anche il versante della “pittura”, del disegno, della “figura”, della “tela” è frequentato, affollato, probabilmente più dell’altro. E si tratta di una esplicita istigazione al relativismo artistico, che non accolgo, mentre, come è ovvio, accetto la coesistenza degli opposti, soprattutto perché, nella fattispecie, considero l’universo “tela-disegno-figura-pittura non (essere mai stato) uniforme, uniformemente immobile, uniformemente rivolto al passato.  E proprio le tele di Mario Raviele confermano di coltivare dubbi e ambiguità: ingredienti fondamentali di quell’universo psicologico e sociale di cui si occupa l’arte. Non rassicuranti risposte (ove mai l’artista abbia pensato di trovarne, sulle orme  della Bauhaus, di Klee, di Bacon……), quindi, ma domande ulteriori. E’ vero, certo, quel che scrive Gaetano Cristino: in Raviele è salda “la consapevolezza che la pittura può costituire un formidabile strumento di conoscenza del nostro presente”. Ma ho la sensazione che le sue tele luoghi di una presa d’atto (espressa  “necessitatamente” e amaramente coerenti)  della esplosione delle forze e delle forme che consentivano di riconoscere /ricostruire la realtà – politica, sociale, culturale, artistica - in base a “coppie antagoniste” certe; e che egli resista alla tentazione (al rischio) di una introiezione-traduzione definitiva di quella esplosione e si fermi un istante prima della completa disintegrazione del linguaggio, della materia, degli oggetti rappresentati. Perché è indispensabile avere un punto di riferimento fermo, almeno approssimativamente riconoscibile, se non certo almeno probabile dal quale ripartire, un punto di applicazione del gramsciano “ottimismo della volontà”. Un “ottimismo”- e delle forme - indefiniti,  ma che restano pervicacemente aggrappate al reale, recando, tuttavia, i segni di lacerazioni insanabili, di una fine sempre incombente; se non di una sconfitta certa, di un permanente interrogarsi, al quale Raviele contrappone un ultima, residuale risposta: l’arte, meglio la pittura e i valori che solo essa sembra in grado di custodire.                         

Guido Pensato

 

ASTRAZIONE E REALISMO

Raviele media le grandi spinte innovatrici dell’arte con la nostra tradizione realista, approdando ad una sorta di fusione fra astrazione e realismo; proponendo una strana proposta estetica, che comunque trova una sua compiutezza. Il reale viene privato della quotidianità per assurgere ad una melodica idealità, vibrando in spazi fatti di piani in continuo slittamento.    In questi ultimi lavori, sfruttando in pieno la sua ricca tavolozza e la grossa formazione pittorica, è riuscito a trovare le soluzioni formali-coloristiche per conciliare e fondere l’interesse che ha sempre avuto per il realismo e l’astrattismo.  Le immagini si appropriano dello spazio circostante per condizionarlo, ed è questo, un dato peculiare della sua pittura, con il quale si inserisce in maniera polemica e a volte contraddittoria nel dibattito della pittura odierna.   Quindi, nell’opera di Mario Raviele assistiamo ad una realtà condizionatrice e non condizionata, la quale si fonde coi piani adiacenti assurgendo ad una totale coralità tonale, da ascoltare, più che da vedere;  la pittura è meditata, calibrata niente è lasciato all’occasionalità anche se è l’embrione dell’opera.                                                                                                                    

(Salvatore Lovaglio 1983; dal catalogo ”Proposte di figurazione1974-1983” galleria d’arte moderna di Palazzo Dogana Foggia.

PRAXIS-ARTISTICA - gennaio-febbraio 1982

Analizzare certa pittura moderna astraendosi dal contesto sociale e dal groviglio di spinte emotive che, evidentemente l’hanno ispirata e determinata espone al rischio di giudizi ambigui o superficiali. Specialmente se ad essere esaminato è un giovane artista, come Mario Raviele, che sembra dibattersi in situazioni contraddittorie sul piano espressivo ed estetico e quindi induce, inevitabilmente, a riferirsi ad ascendenze ed esperienze diverse, che qua e là affiorano nelle molteplici soluzioni che ci propone in momenti successivi.  Chiaro che un artista, in possesso di un indubbio humus culturale e di collaudate capacità tecniche acquisite nel corso della sua preparazione accademica, non può sottrarsi alla tentazione di sperimentare soluzioni che gli conferiscono una precisa identità, ma ritengo non sia nemmeno riprovevole riallacciarsi a tendenze che sul piano storico hanno già avuto la verifica della validità, in particolare quando, come in certe opere di ammirevole vigore espressivo, si intuisce l’ispirazione derivante dalle esperienze della ‘nuova figurazione’.

Infatti nel novero della varia produzione di Raviele, e dico subito tutta di ottimo livello, le opere che maggiormente mi hanno colpito sono quelle laddove la drammaticità del racconto si esalta attraverso un segno più scabro ed essenziale, di una gestualità immediata, ed il colore non indugia in sofismi di carattere più decorativo che utilitaristico, ma si stende sicuro e commisurato alle esigenze della raffigurazione. Qui maggiormente sono evidenti i contenuti e le implicazioni sociali suggerite dalla sua terra, il Sannio, che sa di tante sofferenze, di tanto sacrificio, di tanto amore e di un’ancora inappagata ansia di riscatto. La violenza delle immagina non è pretesto fine a se stesso, ma rispecchia le caratteristiche di una situazione reale ed i simboli di questo dato di fatto trascendono il concetto raffigurato e si fanno emblema di un contesto più ampio, che vuole abbracciare tutti i problemi e le carenze di una terra orgogliosa ma sfortunata. Anche l’impianto scenico, meno elaborato, conferisce maggiore spazialità al soggetto e l’attenzione si accentra opportunamente sui valori concettuali piuttosto che su quelli meramente estetici, che sono comunque affidati a cromie brillanti, contrastate, ma sempre equilibrate.  Dunque l’artista manifesta già una convincente personalità ed è maturo per impegni sempre più probanti, come del resto ha già dimostrato in occasioni più recenti.  

Bisogna riconoscere che la sua pittura si è man mano sfrondata,  sottraendosi alle lusinghe di certi effetti superflui, per dare maggiore risalto ai valori intrinseci del contenuto.  E’ certo che quella di Raviele è stata una scelta coraggiosa ma opportuna, che gli consente di distinguersi in mezzo a tanti artisti che hanno preferito il futile ed il facile piuttosto di correre il rischio d’affrontare temi recepibili solo da parte di un pubblico preparato.    Ovviamente la sua cultura e sensibilità non gli consentivano soluzioni di compromesso   e, pertanto, ha preferito l’alea della pittura impegnata, anziché piegarsi ad un più comodo conformismo di maniera.   Certamente è una strada difficile da percorrere fino in fondo, con tante tentazioni incombenti e di più remunerativo esito immediato, ma l’arte, quella vera è destinata a sopravvivere alle mode, ripaga, col tempo, soltanto coloro che l’hanno onorata con un impegno costante e coerente ed hanno sinceramente ed onestamente operato per portare un contributo reale e duraturo alla cultura, senza perseguire soltanto un successo effimero.                      

Giuseppe Quenzatti

UNA PITTURA CHE ESALTA IL RISCATTO DELL’UOMO

I tratto distintivo di questo giovane artista è individuabile nella drammaticità che caratterizza tutti i soggetti espressi sulla tela con dinamismo e decisione. Il filo narrativo predominante è l’uomo visto nel dinamico fluire del suo essere.  La tecnica è in piena armonia con l’espressione delle figure, accompagnate da piani che si intersecano simultaneamente. Il valore dell’immagine pertanto trova riscontro in quelle figure “drammatiche” che forse non appagano la bellezza visiva, ma esprimono tutta la forza d’animo di quanti non intendono essere degli oggetti di cui la società può disporre a suo piacimento, bensì   “l’insieme”, cioè l’uomo con tutti i suoi affanni e le sue idee non espresse.   I paesaggi, inoltre, riflettono le situazioni in cui l’uomo è costretto a lottare per l’affermazione della propria identità.  Essi fanno intravedere la robustezza pittorica che non ammette indugi e perplessità nelle tematiche narrative, ma testimoniano il travaglio delle popolazioni meridionali da cui l’artista trae vigore e forza espressiva per continuare a lottare.      

L’unità 26 agosto 1979

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